ora, senza che io vi aggiorni sullo stato disastroso in cui versa il mio fisico il quale negli ultimi giorni ha subìto un bombardamento colesterolico di notevole portata, vorrei ugualmente parlare di cibo.
il cibo è sorprendente, diciamocelo senza vergogna che tra napoletani tanto ci capiamo bene. noi abbiamo i mezzi per parlarne con cognizione di causa. allevati a botte di casatielli e sartù di riso, noi facciamo merenda con parigine e panini farciti di sugna e pepe; a natale imbandiamo le nostre tavole di calamari imbuttunati e struffoli fritti, noi abbiamo come placare ogni istinto famelico ed epicureo che sorge dentro di noi a qualsiasi ora del giorno e della notte con un semplice sguardo al friennoemagnanno che troneggia tronfiamente sulla mensona in cucina. meridionali,popolo di pigri e riottosi, noi facciamo casino sempre con le pance piene.
e la mia non ha proprio niente di cui lamentarsi, oggi. perché io non mi faccio mancare niente, e non a caso in questo momento sto trasudando grassi insaturi.
davanti a me giace una busta di san carlo rustiche vuota e nella spazzatura una confezione di danette al cioccolato fondente altrettanto priva di contenuto.
che questo suggerisca qualcosa?
potrebbe, ma sorvoliamo ché altrimenti mi troverei a gareggiare con i deliri pre-menopausici di luciana littizzetto e questo proprio non mi va.
Quindi dicevamo, le sancarlo.
Le sancarlo evocano immediatamente la festa delle medie, questo mi pare che l’abbiamo già detto (e il fatto che proprio adesso in tv sia partito il video di walking on the moon dei police mi fa un sacco ritorno al futuro e michael j.fox quando conosce sua madre ragazzina perché questa canzone alle feste delle medie che io frequentavo mi sa che qualche volta l’hanno passata …).
ma le sancarlo non sono buone solo perché sanno di buoni ricordi, come diceva christian a kim nella puntata nuova di nip/tuck, sono buone perché sono fritte, e quando mai si è detto che la frittura non rende buona qualsiasi cosa, compresi quella specie di avanzi di gomma vulcanizzata che ti spacciano per zeppole e panzarotti alla friggitoria a montesanto, per esempio.
le patatine sono quell’oggetto del desiderio che ci portiamo appresso dalla primissima adolescenza, quando la sosta dal tabaccaio ci risollevava dalle disgrazie scolastiche e ci colmava la bocca di pura idiozia – perché dai, chi è che non si è riempito di tipo dixies solo per sputarle in faccia al primo che passava, che guarda caso era anche il compagno di classe che ti piaceva?! io l’ho fatto sicuramente, ma io sono anche quella che si è fatta spegnere in faccia un fiammifero dal più coglione della classe e che si è ritrovata le tasche del monclere fuxia piene di pasta vetro, quindi adesso che ci penso forse sono un caso un po’ sui generis.
vabè insomma ste patatine, gioia di palati innocenti… e giù di ricordi dolceamari, vè?
ma oltre al gusto trasgressivo della patatina inghiottita alle spalle di mamma per me c’era un altro motivo per cui valeva la pena spendere quelle mille lire e questo motivo era la sorpresa contenuta in quel lucido pacchetto.
la manina gommosa, il globo di plastica trasparente, le figurine. quello faceva parte del divertimento, anche se poi le patatine sapevano irrimediabilmente di plastica…
oggi, a ventisei anni, io vengo colta da attacchi di bulimia sempre più ricorrenti per cui fagocito quantità spaventose di cibo alla velocità della luce e sentendomi preoccupantemente simile a gigilatrottola davanti alla sua ciotola di riso. manca poco che non mi risvegli ai piedi del frigorifero con la mano immersa in un barattolo di maionese o peggio ancora con la lingua saldata alla base dello scomparto freezer come in una di quelle terribili storie da “ultimo minuto” – quella della lingua l’ho sentita davvero, e anche quella del tipo che è uscito dalla piscina e si è ritrovato per non so quale fenomeno statico attaccato per un pezzo del costume bagnato a un palo della luce ma non è morto…
ma questa è un’altra cosa.
cioè pensa che pena andare a finire in televisione solo per umiliarsi a raccontare delle proprie avventure sfigate. se poi sei un ciccione ancora peggio.
insomma mentre ripenso nostalgicamente al piacere di comprare le patatine a 11 anni, mi chiedo cosa sia cambiato da allora visto che lo stato semi-asfittico in cui verso in questo istante mi è stato provocato allo stesso modo dall’ingestione di una quantità schifosa di patatine.
il fatto è che io sono ingorda e quel bustone bianco che ha oliato la mia pingue manina fino a qualche minuto fa mi ha riservato una sorpresa fantastica che io non mi aspettavo e ora io mi sento improvvisamente ottimista oltre che ancora più adiposa.
io sono incappata,infatti, nella patatina più grande che c’è.
mentre scrivo, pesco e ripesco da quell’immacolato recipiente di delizie - ignorando il rapporto deprimente che si è creato tra il mio fisico e la busta di patatine per cui la riduzione del suo volume è inversamente proporzionale all’aumento vertiginoso delle dimensioni del mio ventre - e nemmeno mi accorgo di quello che mi capita a tiro fino a quando incappo, per caso, nella patatina più grande della busta.
quella patatina è la speranza fatta oggetto, diciamocelo.
lei è arrivata come la cicogna, con un carico enorme di felicità, proprio quando non me l’aspettavo.
una patatina enorme, piatta, rugosa, unta e bisunta, talmente grande che non riesci a mangiarla tutta in una volta e che ti capita tra le mani a fine pacchetto, quando ormai stai pescando per puro sforzo meccanico e non più per piacere. ebbene lei ti cade letteralmente in grembo, non chiedendo altro che di tenere compagnia alle sue amiche in quel gran canyon che è diventato il tuo stomaco e tu come fai a dirle di no.
devi necessariamente accontentarla e mentre te la mangi tutto contento pensi che nella vita dovrebbero accadere sempre cose come questa; più patatine giganti, più sorprese, più soddisfazioni che magari si mangerebbe di meno e ci si sentirebbe lo stesso felici.
che si ha bisogno di piccoli piaceri del genere ogni tanto, o no?

Nessun commento:
Posta un commento