giovedì 15 novembre 2007

chi semina chupachup raccoglie tempeste. ormonali.

quand’ero piccola – ma solo di altezza, perché di larghezza già mi assestavo sulla piazza doppia, come i letti matrimoniali – scoppiò l’epidemia delle caramelle drogate.

l’epidemia delle caramelle drogate vendute, se possibile, agli angoli delle strade ed espressamente fuori le scuole elementari. non gli asili, né le medie né le superiori ma solo le elementari.
pare che qualcuno avesse stabilito che i tossici avessero assunto il controllo del mercato dei dolciumi allo scopo di investire sull’infanzia e spendere quantitativi inimmaginabili dei propri averi nella fabbricazione di sciusciu azzeccosi imbottiti di sostanze illegali.
d’altronde chi non sapeva fin d’allora che gli eroinomani navigano nell’oro e che quell’accattonare fastidioso che li contraddistingue è in realtà solo una scusa per smaltire lungi dagli occhi vigili dei loro cari.

quand’ero piccola la storia delle caramelle drogate piombò sulla quiete della mia famiglia come le notizie di radiolondra durante la guerra.

non ho mai saputo chi l’abbia messa in giro ma da allora mi ha segnato la vita.

da un giorno all’altro mamma e zia pina istruivano me, le sorelline e i cuginetti a non accettare dolciumi dalle mani degli sconosciuti pena l’avvelenamento da sostanza dopante e ovviamente la morte.
in verità il discorso non era così lineare, c’era un presupposto riguardante il fatto che il mondo non fosse più quello di una volta e che noi fossimo bambini iper viziati perché chi mai, quando loro erano piccole, si sarebbe sognato di mangiare caramelle. loro solo la cotognata, cioè la confettura stagionata di mela.

La. Confettura. Stagionata. Di. Mela.

a noi invece dei lego al fruttosio piacevano le bigbabol, bambinacci viziosi che non eravamo altro, e ce l’eravamo sempre mangiate in santa pace, mia sorella anche più di una insieme conseguendo così il primato di mascella più possente del west nonché un paio di esperienze extra corporee provocate da stati asfittici di varia intensità. questo anche quando non ingoiava la farina insieme alle bigbabol, ma magari del capitolo vorrei-partecipare-all’ultimo-minuto ne parliamo un’altra volta.

ecco: dalla sera alla mattina girava questa voce che in ognuno dei nostri amatissimi panetti rosa potesse esserci la droga, quella medesima droga che ci avrebbe poi condotto alla dipendenza e alla morte nel giro di pochissimo tempo e senza che noi nemmeno sapessimo di essere diventati dei bambini tossici.

anche se in effetti visto che eravamo curiosi qualcosa della droga già la sapevamo, e cioè che se mai avessimo deciso di assumerla ci saremmo immediatamente colorati di viola e tutti per strada ci avrebbero riconosciuto perché nel frattempo che passavamo l’aria avrebbe diffuso la musica angosciante della pubblicità progresso sull’aids. proprio la stessa eh e tutti ci avrebbero additato e si sarebbero scostati mentre camminavamo.

a noi non piaceva quella musica e non piaceva nemmeno pensare che avremmo potuto mutare in personaggi infelici dal colore di un livido.
allora bastava decidere di non drogarsi e tutti avrebbero vissuto felici e contenti pensavamo noi, elaborando furbi e anche un po’ sollevati sulla didattica della pubblicità progresso.

ma quando tua mamma che non si è mai fatta uno spinello nella sua vita nonostante sia cresciuta negli anni settanta ti viene a dire che ti farciscono gli sciusciu con la droga senza nemmeno avvertirti allora cambia tutto perché tu non puoi farci più niente.

la paura cambia.
il terrore si trasforma nella faccia amica del tabaccaio o del fratello maggiore di qualche compagno di merenda e tu non sai più di chi fidarti e non è che smetti di comprarti le cocacoline gommose o le elah alla liquirizia o le galatine al cioccolato, solo che devi farlo di nascosto e guardarle molto bene prima di metterle in bocca; chiaro che la droga ha un altro colore.

questa storia delle caramelle drogate è una storia di diffidenza, ecco che cos’è.

negli anni ottanta tra una cosa e un’altra oltre a perdere il senso dell’eleganza e della discrezione abbiamo anche un po’ tutti perso l’innocenza.
la filantropia degli spacciatori. chi si sarebbe mai aspettato che avessero tutta questa voglia di dilapidare i propri averi con noi ragazzini, eppure a quanto pare lo facevano ed era bene che ci guardassimo le spalle.

non me lo sono mai più dimenticato questo fatto che dietro ogni sciusciu a mou può nascondersi un mascalzone.

passavo davanti al tabaccaio con la bava alla bocca bramante dolciumi e tutto quello che ottenevo era la somministrazione di un proverbio: “fidarsi è bene non fidarsi è meglio”. vallo a capire se il vecchio rincoglionito dietro al bancone non fosse poi davvero un corriere del cartello di medellin.

non che queste esperienze abbiano minimamente intaccato la mia golosità che negli ultimi tempi è del tutto fuori controllo, tuttavia non mi hanno lasciato indifferente.

in effetti ho anche provato a rimuoverle – insieme alla permanente improbabile e alle spalline imbottite di mia mamma – ma quando l’ho fatto mi sono cacciata nei guai.

per ribattere al proverbio genitoriale con un altro modo di dire poco aduso tra noi giovani direi infatti che ho imparato che “quando il diavolo ti accarezza vuole l’anima” e che la seduzione delle memelle è davvero molto pericolosa, anche quando non contempla la morte per overdose.

in effetti sbattimi un pacco di caramelline sotto al naso e sarò tua per sempre soprattutto se oltre a spacciare schifezze sottobanco ti procuri libri sulle formiche e dvd di fantascienza.

infatti se tu, uomo reo di avermi fatto passare due giorni tristissimi e ansiosissimi, mi ti presenti brandendo una sacca di invitantissimi sciusciu al sapore di E111 o E113, una megatreccia non imbottita di haribo o un secchio di haagen dazs che trasuda caramelandnuts da quel cartone molle e burroso – sì anche il cartone è burroso – che lo avvolge tornotorno come vuoi che io non cada rapita ai tuoi piedi?

tu, uomo che io ho detestato fino a due minuti prima che il saccarosio e il conservante ti si manifestassero tra le mani, sappi che tu non sei meno eversore dello spacciatore pedofilo che popolava gli incubi di mia madre.

anche perché, diciamocelo, come si resiste a uno spacciatore di caramelle con un’eccellente padronanza dell’italiano?

anche quello è pericoloso oltre al danno ipoglicemico.

altro che diabete, qua si corrono altri rischi.

qua si corre il rischio di diventare dipendenti e anche riconoscenti.

dipendenti dalle dolcezze.

altro che naso di legno cuore di stagno. altro che paese dei ciuchini. qua lucignolo ci butta a mare con tutti i panni per colpa di un pacco di caramelline gommose alla cocacola e se qualche parente si azzarda un’altra volta e cacciare panciotto e pantaloni con le ghette e fare il grilloparlante di questo cavolo glielo faccio vedere io il ventre della balena.

lo dicevano di girare la faccia agli sconosciuti che chi diffida paga e le memelle sono le sue: una caramella tira l’altra e sei nel vortice della rota e delle cioccolate calde e dei viaggi e delle case con i giardini.

e tutto perché io adoro parlare agli sconosciuti.

lunedì 15 ottobre 2007

natale con i tuoi rastiki quando vuoi


rastiki è un genio.
ci pensavo giusto stanotte intorno alle cinque durante una di quelle maratone in cui mi impegno insensatamente a combattere i bisogni fisiologici e le esigenze dello spirito provocandomi esperienze di insonnia al limite della sopportazione.
rastiki è un genio, ripeto.
lei è una personcina dedita all'altrui benestare più di mariagoretti, più di tutte le suore e crocerossine dei film di guerra, più delle varie mamy dei romanzi, più di una qualsivoglia dama di carità e delle madri teresa di calcutta; batte anche patchadams. veramente.
questo perchè non solo rastiki è del segno della bilancia che già di suo implora a gran voce equilibrio e armonia cosmica ma anche perchè è indiana il che aggiunge quel tocco di indispensabile zelo e abnegazione che rende la sua crociata per il bene del prossimo pari a una specie di schiavismo autoinflitto. nel senso che poi lei si fustigherebbe ove mai non riuscisse nel compito di portare la felicità nelle case che la ospitano.
non è che lei si leverebbe il pane di bocca per te: lei sfiderebbe direttamente plotoni di creature fognarie per sottrargli il cibo e consegnartelo previa derattizzazione in un cesto di vimini da lei accuratamente intrecciato mentre la sua famiglia patisce la più severa delle carestie e lei stessa è sull'orlo di una morte per denutrizione.
insomma rastiki è così: pensiero e azione tutti per te, sempre e comunque.

ma questa cosa io l'ho sempre saputa. quello che invece mi è sovvenuto stanotte mentre scandagliavo con occhi spiritati gli angoli più oscuri della mia stanza sperando così di tramortirmi dalla noia, è che la peculiarità di rastiki risiede nel suo offrire un sostegno morale fatto di trovate geniali.
c'è gente che ti compatisce e basta no?, eh, lei invece interagisce esibendo una prontezza di spirito e uno sguardo d'insieme per i quali marzullo e lucarelli si amputerebbero un arto seduta stante ve lo dico io.
infatti dopo essersi sottoposta mansuetamente alle interminabili ore di soliloquio che tu giornalmente le consegni attraverso tutti i mezzi di comunicazione di cui disponi (tranne il fax che per il momento è rotto) lei è in grado di riprendersi dal torpore che le hai procurato in meno di tre secondi e offrirti impagabili spunti di riflessione sui tuoi tormenti nella forma di riferimenti cinematografici, folkloristici, fumettistici e letterari capaci di strapparti ai deliri egomaniacali nei quali puntualmente ripiombi ricordandoti che, insomma, non è che i cazzi che ti ballano per la cervella ce li hai proprio solo tu. cioè versiamo tutti nelle stesse pietose condizioni e c'è qualcuno che ha anche fatto i soldi grazie a questa cosa.
tu impieghi un decimo della tua giornata a trovare le parole solo per spiegarti e rastiki ti condensa tutto non in una parabola, non in una barzelletta ma in una singola immagine e condivisa dai più perchè appartenente all'immaginario collettivo, in grado di offrire una chiave di lettura alternativa e anche una soluzione papabile al tuo problema da adolescente proto bulimica.
lei ha il dono della sintesi e quello indispensabile della lucidità e questa cosa la rende la donna fantastica che infatti è.
fossi un pò meno blasfema accenderei un paio di ceri alla vergine per averla posta sul mio cammino disastrato perchè senza il suo senso dell'umorismo e questa dote eccezionale del riferimento metatestuale io sarei una persona del tutto alienata.

ma qual è l'ultima trovata geniale di rastiki? premesso che ne sforna almeno una al giorno come i pani di rescigno, quella che mi ha fatto compagnia stanotte nel corso della maratona di cui sopra riguarda il calendario dell'avvento.

dibattendo sull'annosa questione della volontà di potenza dei capitoni di cui mi sono premurata di riportare una piccola parte nel post precedente, rastiki mi faceva notare che in clima natalizio anche il calendario dell'avvento vuole la sua parte.

per quella storia che abbiamo fatto le elementari dalle suore, laddove però le sue erano esempi di virtù e le mie di spietata malvagità nonchè di comportamenti manifestamente peccaminosi, noi abbiamo un rapporto molto intenso con le feste comandate. io per esempio vorrei che natale fosse già domani, cioè che proprio non vedo l'ora.
ecco e infatti sì, cioè in realtà anche no nel senso che del natale la cosa più bella è l'attesa. tutto quel contare i giorni che rimangono prima di tuffarsi nella zuppa di cozze e fagioli per esempio è una cosa troppo bella; quella sensazione che ti travolge a partire da giorno di sangennaro per cui da quel momento in poi ogni legume che ingurgiterai saprà progressivamente anche di mitile e crostino bruscato.
eh. allora per facilitare l'attesa qualcuno ha inventato questo calendario dell'avvento che io ho sempre pensato fosse come una cosa solo italiana fino a quando non me n'è arrivato uno ripieno di mille bontà direttamente dalla danimarca, alchè mi sono detta ma guarda tu la globalizzazione e poi mi è sovvenuto che il paganesimo scandinavo è stato debellato novecento anni fa e che loro non sono meno cristiani di noi anche se sfido qualsiasi matrona teutonica a nascondersi relique benedette nel reggiseno come fa mia nonna. ma vabè: paese che vai ...

il calendario dell'avvento per gli sprovveduti che ancora non lo conoscessero è questo rettangolo di cartone piuttosto doppio suddiviso in un pò di caselle numerate a cui corrispondono un tot di giorni di cui l'ultimo è il venticinque dicembre. ogni giorno per un mese si apre una finestra e nella finestra c'è un regalo: leccornie o giochini, è irrilevante.
il mio calendario dell'avvento danese traboccava cioccolata in modo direttamente proporzionale al quantitativo di bava prodotto dal mio apparato salivare appena ho spalancato la prima casella.
capirete la gioia.
per giunta era anche molto carino da vedere perchè invece di avere i soliti tristissimi bue e asinello disegnati sopra aveva invece una famigliacuore danese di bambini e adulti biondissimi, bellissimi e sorridentissimi che mi ha fatto dubitare ancora di più del fatto che noi e loro possiamo condividere qualcosa oltre alla stessa collocazione rispetto al meridiano di greenwich.

da quando rastiki me ne ha parlato mi sono convinta che il calendario dell'avvento sia una delle trovate più azzeccate del mondo e questo perchè? perchè gioca sull'attesa.
in effetti si tratta di un altro caso di posponimento del piacere che è lo stesso meccanismo dei preliminari o dei trailer cinematografici: ti prepara al sommo momento offrendoti una serie di divertenti anteprime che ti incuriosiscono e aumentano il desiderio fino a quando poi sei costretto a prendere in mano la situazione - diciamo così - a comprarti il biglietto e a metterti in fila con i fan numero uno fuori il cinema il giorno della premiere. a meno che tu non decida che sia meglio morire di voglia. tipo il protagonista cadaverico del gioco di gerald per esempio.

come al solito è una questione di tempi perchè a saper dare un ritmo alle cose o a rispettare i ritmi dell'avvento uno ha il mondo ai suoi piedi, in questo caso il signore che fabbrica i calendari e che sa tu l'anno prossimo tornerai da lui, e tutti a aspettare la sorpresa nascosta dietro la finestra di domani.

si sa: le sorprese portano dipendenza come il cioccolato danese, d'altronde.
fai che malauguratamente il tuo uomo si sia ricordato che oggi festeggiate un qualche mesiversario e ti si presenti a cena con un completino sciccosissimo di yamamay: come fai a resistere all'impulso di serializzare l'evento e aspettarti biancheria intima ogni mese in questa giornata?
una ci si abitua malamente alle sorprese per cui anche quando nella finestra del calendario avventizio anziché i confetti bigusto trovi un portachiavi ottonato a forma di coniglio tu tolleri di buon grado perchè sai che tra meno di un mese arriva natale e ci darai giù di regali migliori.

il fatto che a natale stai sempre calzato è infatti uno statuto inconfutabile perchè poggia su un criterio matematico cioè sulla legge dei grandi numeri: i regali sono talmente tanti che almeno un paio si salveranno piacendoti da morire. e perciò a natale siamo tutti contenti: l'attesa ha valso bene una messa e il mercato dei calendari è più nutrito che mai.

ci tengo a sottolineare che io credo fermamente nella politica avventizia e che poche cose sono accattivanti quanto i calendari natalizi, i preliminari, i trailer cinematografici e le quarte di copertina con tutto quello schiudersi di mondi ignoti che si portano appresso ma devo anche allertare il pubblico sul fatto che - ahinoi - esiste timburton. e timburton ha partorito nightmare before christmas. e nightmare before christmas è, per volontà della produzione, un incubo sul natale.
non esprimerò giudizi in merito anche perchè l'ho visto troppi anni fa per ricordare niente che vada oltre il fatto che il protagonista è già morto, ma devo obbligatoriamente servirmene per ricordare a grandi e piccini che a volte le nostre speranze possono essere molto ma molto mal riposte.
non sia mai iddio i miei cuginetti non trovassero niente di bello dietro la casella del venticinque dicembre: mi piangerebbe il cuore come poche volte nella mia vita - a parte quando leggevo marion zymmer bradley. ma tali funesti accadimenti sono all'ordine del giorno e noi non possiamo ignorarli nascosti sotto etti ed etti di leccornie transalpine.
chi ci dice che quell'appetitoso dolciume danese che abbiamo scartato avidamente di diciannove dicembre non sia poi avariato o che quell'uomo fantastico da cui attendiamo da giorni una risposta sia nel pieno di tutte le sue facoltà mentali?
è la jattura dell'attesa che alla fine possa rivelarsi una delusione o peggio ancora uno scheletro: residuato bellico di un qualcosa che è stato e non è più.
quello perciò timburton mi sta sui coglioni mica per altro.

vabè, intanto io il calendario me lo sono procurato tre mesi fa. ho pensato che con la crescita del pil e quel fatto del paniere istat e dei beni di largo consumo le scorte potessero esaurirsi anzitempo. meglio essere previdenti, mi sono detta all'epoca delle feste sulla spiaggia.
così è già un bel pò che spalanco caselle e finestrelle ne ricevo di soprese, magne sorprese!, ma dopo novanta giorni ho quasi desistito a stringergli la mano a questo babbonatale mentre nel frattempo le mie maniglie dell'amore si sono fatte sempre più accoglienti per qualsivoglia aiutante dell'appena nominato illustre beniere natalizio voglia farsi avanti.

martedì 25 settembre 2007

requiem anticipato per i capitoni

oggi piove e la mestizia è con me.


sembra proprio che la stagione sia finita e pure il tempo delle mele.

da me abbiamo inaugurato l’autunno con il solito allagamento del terrazzo che presto rovinerà in testa ai garagisti che abitano negli anfratti del palazzo come i topolini di cenerentola, ma molto meno laboriosi chè comunque stiamo a napoli, e casa mia è tornata ad assomigliare al cimitero delle fontanelle.

quindi tutto regolare: l’autunno ci fa sempre questo effetto di catastrofi irreparabili e letargo anticipato a noi famiglia p. che al primo piano versiamo nel buio di betlemme e siamo molto orsi, ma senza pelliccia per quel fatto dell’ ambientalismo anni ottanta.


orbene visto che ci avviamo verso l’inverno e io sono una persona previdente stamattina mi sono svegliata con un solo pensiero in testa: il capitone.


certo mancano ancora tre mesi a natale ma se mi fate il piacere di tralasciare allusioni goliardiche e battutoni da osteria, vorrei sviscerare questo argomento che ha il suo perché, triviale e non.


il capitone è un personaggio strano e secondo me pure un poco complessato.

il capitone[*] campa un anno sano in grazia di dio immerso nelle acque dolci che più gli aggradano, scorrazzando tra chili e chili di munnezza come meglio crede fino a quando non arriva natale e la sua vita cambia da così a così, come hurley dopo la vincita alla lotteria. cioè cambia in peggio. chi segue lost sa!

sopraggiunto infatti il mese di dicembre tutti quanti decidono di farsi amico il capitone perché il capitone è la star delle feste comandate. levateci tutto, più o meno, tranne playstation, struffoli e capitone.

il 24 dicembre per il capitone è proprio una iattura dal momento che finirà immancabilmente in pentola, cucinato e fagocitato. il suo destino è segnato come quello del povero mr. jingle del miglio verde: topolino innocente che pure fa una brutta fine appresso al suo padrone umano fulminato sulla sedia elettrica.


quindi il capitone ha un’aspettativa di vita piuttosto bassa e questa cosa dovrebbe in qualche modo impietosirci. e sicuramente lo farà: sono certa che decine di vegani si sono già incatenati ai banchi dei pescivendoli brandendo minacciosi fasci di carciofi – quelli sono appuntiti: fanno male - ignari del fatto che i pescaioli napoletani non guardano in faccia nemmeno allo squalo bianco e alla finanza figuriamoci alle claque anoressiche di questi crocerossini della domenica. lascerò a loro il premio bontà2007 perché tanto questi capitoni a me pena non fanno.

io dei capitoni non penso poi così bene. e questo perché sono esseri tendenzialmente viscidi e furbi nonché poco gradevoli alla vista. in realtà non capisco nemmeno come possano piacere. infatti io non ne ho mai mangiato uno.

è come la storia delle escargot in pretty woman: perché complicarsi la vita interagendo con delle creature così poco socievoli quando esistono le pizze a libretto?! sarà pure tradizione, oppure la prospettiva di abbuscarsi una bella cosa di soldi facendo praticamente niente, come vivian nel film, ma io penso che il capitone sia un’arma a doppio taglio. anzi un’arma bianca.

perché è vero che l’uomo si distingue dall’animale per l’intelligenza, ma è pure vero che l’animale tiene una cazzimma** non indifferente e prima di lasciarsi mangiare ti fa passare i peggiori guai. e il capitone con quella sua costituzione atletica e sdrucciolevole è oggettivamente un guaio.

il capitone è una calamità domestica e eduardo de filippo nella sua infinita saggezza lo sapeva tant’è vero che pupella allora esce dalla cucina con le pezze in fronte quando sbatte la testa contro la scansia tentando di recuperare un capitone che era evaso dalla pentola.

in sostanza il problema di questi pescetti è la troppa intraprendenza e il fastidioso attaccamento che dimostrano alla vita. tutto questo voler andare contro il destino mal si confà alla mia vena new age. loro vogliono sottrarsi alla catena alimentare e questo non va bene.

nell’universo c’è un posto per tutti, e il loro è sul fondo di una pentola piena d’acqua bollente prima e nella panza capiente di un napoletano affamato poi. c'è chi diventa miss italia, chi fa le rapine, chi finisce in manicomio e chi è destinato ad essere annientato dalle fauci impietose di un napoletano vorace.

perchè cercare una via d’uscita che non c’è?


capitoni di tutto il mondo ripetete insieme a me: QUANDO MI TOCCA MI TOCCA.



[*] L'anguilla europea (Anguilla anguilla, Linnaeus 1758) è un pesce teleosteo della famiglia Anguillidae. Presenta un corpo allungato, subcilindrico, serpentiforme; la pinna dorsale, di modesta altezza, è allungata fino a unirsi alle pinne caudale ed anale.

Descrizione: Ha una pelle molto spessa, di colore verde scuro sul dorso, più chiara sul petto, può raggiungere i 3 Kg di peso.

**La cazzimma e' il cercare di prevalicare a tutti i costi sugli altri anche danneggiandoli. Quindi "tene 'a cazzimma" quella persona che alla malignita' aggiunge la cattiveria ed il gusto di farla.” - http://www.napoletanita.it/mal1.htm


martedì 18 settembre 2007

un caso umano è per sempre

la mia professoressa di religione del liceo aveva due caratteristiche fondamentali in più a quella di essersi presa una laurea in teologia che da sola già basta a schedarla come caso umano…

… comunque.

le sue caratteristiche erano le seguenti:

1. un fiato mortifero

2. un’ossessione per l’infanzia rubata agli africani

la prof. non faceva nemmeno lezione –si prendeva sul serio, sì. - se prima non faceva circolare tra i banchi svariate fotografie di bambini e bambine da lei sollevati dalle disgrazie della denutrizione, dell’ignoranza e delle malattie tropicali.

non che qualcuno di loro avesse mai abbandonato le capanne di fango, né intendesse farlo, però sembra che tutti loro avessero imparato a leggere e scrivere, ché comunque quando ti serve di approntare un comunicato per il MEND a volo a volo poi pure torna utile.

sì lei era una missionaria della peggior specie. tutta buone azioni e buoni propositi. faceva propaganda appellandosi alla turgidità dei nostri portafogli – capiamoci: io ho fatto il liceo classico al vomevo; la prof. sapeva bene quanta pecunia circolasse per quei corridoi - e insomma desiderava con tutte le sue forze che partecipassimo a questa crociata del cuore d’oro della crispo.

io – ovviamente – ero in prima fila.

adozioni a distanza di tutte le maniere. bambini bisognosi come se piovesse.

la crocerossina dell’anno.

non vedevo l’ora che arrivava inizio mese per ricevere la foto del mio bambino adottivo impalato su una catasta di quaderni a quadretti, con cinque sei matite per le mani e il grembiulino nuovo, però scalzo. una soddisfazione vederlo immerso in tutta quella cancelleria che non si può spiegare.

oppure la bambina abbracciata al secchio dell’acqua – fredda – tipo peluche.

io ero veramente orgogliosa di aiutare il prossimo. è andata avanti così per qualche tempo ma non troppo. a un certo punto mi sono persa per strada: ho smesso di fare indulgenza e comprarmi il paradiso con il vaglia unicef, mi sono disinteressata alla fame nel mondo, e sono tornata a occuparmi soltanto della mia personale e insaziabile fame di vestiti e scarpini zebrati.

però sotto sotto non ho mai smesso di avere un po’ a cuore la sorte dei meno fortunati.

ultimamente poi con questo desiderio di maternità incipiente è tutto un volermi prendere cura degli altri.

l’altro giorno ho avuto l’ epifania delle adozioni a distanza mentre mi lavavo i denti e ponderavo sulle motivazioni che si nascondono dietro la mia passione per degenerati e impuniti. alla fine che si tratti di un africano in fasce o di un puteolano a problemi che differenza c’è?

a modo loro hanno entrambi bisogno di aiuto: l’uno a convivere con le malattie mortali e la rapina neoimperialista e l’altro a coordinare un rapporto poligamico. io non voglio discriminare nessuno. infatti datemi qualcuno da salvare e io lo farò.

anche se tenderei comunque a partire dal prossimo a me effettivamente più prossimo, proprio geograficamente parlando.

prendi terence che abita qua no. ecco: lui ha bisogno di me, io lo so.

come spiegare altrimenti l’ansia che lo ha assalito quando è stato informato, tra una bestemmia e un’altra, che non avevo alcuna intenzione di seguitare a farmi dare appuntamenti fantasma o ricevere telefonate deliranti alle cinque di mattina? ho cercato di essere inflessibile, ma l’omino si è fatto prendere dal panico e mi si è presentato trafelato alla porta di casa chiedendo un’altra possibilità.

l’assistente sociale che è in me non ha saputo resistere sebbene appena due giorni prima avessi millantato le dimissioni dal comitato fesse-e-contente di cui sono membro onorario.

mi sono figurata il pover’uomo abbandonato dalla famiglia e dagli amici, preda della solitudine e delle paranoie, darsi agli stravizi per sfuggire così alle mattarellate della legittima consorte.

non potevo abbandonarlo.

in fondo io so che lui ha dei problemi enormi: questa sua donna lo distrugge con la gelosia, le responsabilità matrimoniali lo annientano, la manifestazione di bellezza e purezza che gli si pianta davanti tutti i santi giorni lo annoia, con tutto quell’ apparato di chioma lucidissima e fluente, occhi bambi stylA e sorriso durbans.

ma quest’ultimo solo quando l’ apparato stomatologico della jennifer connelly de noantri non è impegnato a digrignarsi al cospetto di altre donne.

(girano voci che sia un dobermann. io ci credo. )

insomma sì, indubbiamente la vita del caso che ho adottato è ben difficile. e lui mi ha chiesto per piacere di non lasciarlo solo ad affrontare un’esistenza tanto sacrificata. dividersi tra sport, donne e lavori ridicoli è difficile. in effetti glielo si legge in quel sorriso da ebete che ha stampato in faccia a tutte le ore del giorno e della notte.

non avessi alle spalle tanti e tali anni di esperienza con i sociopatici quasi quasi sospetterei che il suo è un ghigno di soddisfazione ma poi a pensarci bene non può essere così.

se terence fosse un genio del male lui si comporterebbe come quel tristo personaggio di nontimuovere, cioè l’adultero medio, che si pasce della compagnia di due donne. sorvoliamo sul fatto che una delle due è una zingara esaurita, chè i paragoni qua si buttano …

se terence fosse come sergiocastellitto saprebbe come fare, non è poi la cosa più difficile del mondo. chi di noi non c’è passato? io sì e proprio quando mi destreggiavo tra un uomo pitbul e un uomo angelo.

e invece a quanto pare per lui affetto da una minorazione mentale di un livello che sembra vari dal medio al serio a seconda della giornata, questa storia di gestirsi due rapporti è un’impresa persa in partenza.

si mette là di buona lena a predisporre piani di battaglia di tutti i tipi perché lui proprio non ci vuole rinunciare a me, ma alla fine, guarda un po’, non riesce mai a portare a buon fine i suoi progetti. e allora che fa? mancando del tempo a disposizione per vederci lui mi chiama. dalle due alle sei volte al giorno. mi chiama da casa, dal cellulare, mi chiama nelle pause di lavoro, poi quando stacca dal lavoro, mi chiama di notte, di giorno, a pranzo, a cena e a colazione.

a questo punto mi domando se la sua ragazza non sia affetta da otite cronica.

sono a tutti gli effetti il suo telefono azzurro insomma. salvo poi non figurare nell’elenco delle associazioni no profit.

diciamo che io tendo ad occuparmi di pochi casi per volta. ma buoni.

in tutto questo ci rimango un po’ come un’allocca perché sto aspettando da due mesi che mi venga assegnata la croce di cavaliere del lavoro e dal ministero dell’interno nessuna notizia.

intanto sto ragazzo è una bella croce da portare.

certe volte non si tollera proprio. adesso oltre a esigere la linea libera ventiquattr’ore su ventiquattro pretende anche che io gli faccia i regali. fiori, paste, gadget per non sentirsi trascurato.

ma dico: siamo impazziti!?

i bimbi africani almeno erano grati e umili e soprattutto non mi tradivano con altre benefattrici!

secondo me il problema sta tutto nell’anonimato. quando trami nell’ombra è molto più facile. ti gestisci i tempi a piacere e il tuo caso ti sarà sempre riconoscente per avergliene dedicato un po’. invece quando quello sa dove e come venirti a cercare allora crede di essere lui a fare assistenza a te. e questo non va bene.

alla fine infatti io ho sempre stimato papà gambalunga che senza dire niente a nessuno si è calzato una nennella che fino al giorno prima di sposarselo di lui sapeva soltanto che era generoso e stava sfondato di patane.

domenica 9 settembre 2007

in prima fila sull'ararat

mia nonna è una donna d’altri tempi, e d’altronde non potrebbe essere altrimenti visto che le voci che si rincorrono per il mio corridoio, cioè mamma che parla a telefono con i parenti – nessuno dei quali conosce la vera età della vetusta ma giovanile vecchina - dicono che abbia ottantaquattro anni.

mo, quando lei si presenta qua la prima cosa che dice è che il mondo sta per finire.

facendo precedere la profezia da un magnificat con accompagnamento obbligatorio di segno della croce, nonna dice che quando lei era giovane non succedevano le cose che succedono adesso e di cui lei è messa al corrente settimanalmente da quell’uomo probo che è il redattore di vitavera.

quando lei era giovane le madri non candeggiavano la propria prole in lavatrice, per esempio.

in quelle occasioni nelle quali il mondo supera proprio tutti i limiti, evenienza verificatasi quando amadeus ha disertato la rete nazionale per canale cinque, la nonnina genuflessa invoca il messaggio della vergine di medjugorie e si lancia in sermoni millenaristici da far resuscitare natuzza evolo.

io ho sempre avuto un po’ paura di questa sua vena funesta – belzebù represents spesso nei panni di una scimmietta (forse nonna legge stephen king)- e ancor più paura dei folti baffoni di natuzza, ma grazie al gruppo d’ascolto amici-del-metal-scandinavo ho superato anche questo e quindi oggi posso affrontare l’argomento senza timore.

quindi pare che si avvicini il giorno del giudizio, lo dicono un pò tutti, compreso il gruppo d’ascolto di george w. (amici-della-bottiglia) e io devo riconoscere che nonna c’ha visto lungo.

anni e anni addietro, quando tutti noi peccatori inconsapevoli ancora gongolavamo in attività ludiche e lubriche – i bei tempi delle maratone notturne sui canali regionali e non – mia nonna emilia addivinava già di tempeste di fuoco, croci smerze, animali parlanti, babilonie in fiamme – citando peter tosh - fiumi di lacrime etc etc etc.

tenute presente assiduità e affidabilità io ad oggi mi sento di reputarla la fonte più attendibile in quanto alla seconda venuta del figlio e del resto della famiglia, e così paludata come sono nel burrone del peccato, ho pensato sia lecito che anche io dica la mia a proposito dell’armageddon.

in primis ho pensato che urga una rispolverata della bibbia.

i predicatori americani rimarranno pure un’aberrazione della cristianità, diciamo la pecorella smarrita che nostrosignore non avrebbe voluto veder tornare all’ovile, soprattutto con indosso una camicia hawaiana, ma loro su una cosa hanno ragione: bisogna leggere i testi sacri.

e anche cronacavera, aggiunge nonna.

così mi sono documentata cominciando dalla storia delle dieci piaghe d’egitto.

queste piaghe sono dieci punizioni che il padreterno nella sua infinità misericordia ha inflitto al popolo egiziano in virtù di qualche peccato che al momento mi sfugge e a quanto pare si sono già verificate tutte quante. quindi noi dovremmo stare a posto e invece no, fonti attendibili, tra cui mia nonna, ritengono che le piaghe stiano nuovamente affliggendo l’umanità.

io ci ho pensato, secondo me è vero.

cominciamo dal fatto che quando tremila anni fa l’acqua d’egitto si è tramutata in sangue i napoletani non avevano ancora elaborato sul concetto di criminalità organizzata ma oggi che hanno ben recuperato verifichiamo in tutta tranquillità che quando non si tratta di materia organica la nostra acqua viene comunque insaporita da sostanze insalubri come per esempio l’uranio.

ma questo non ci ha sterminato come non ha sterminato gli egiziani che infatti hanno subito l’invasione delle rane. ecco, anche in questo noi non siamo da meno dal momento che attualmente soffriamo di un surplus di donne ucraine al qual proposito io devo necessariamente aprire una parentesi e lamentare la loro predilezione per gli uomini anziani, oltre che per le tinture scadute, le spalline e i giubboni jeans con gli svaroski che mi urta e non poco. ebbene io le reputo una piaga, perché loro attentano alle coronarie dei nostri nonnetti con profferte di sesso sfrenato, nonché a quelle degli loro eredi a cui sottraggono impunemente intere fortune in euro con promesse di devozione e fedeltà. per me i nonnetti devono rimanere immacolati e così campare qualche anno in più, anche se un po’ meno felici, ma queste donne senza scrupoli cercano in tutti i modi di corromperli attuando le peggiori turpitudini per giunta performate con indosso, marylin de noantri, gocce su gocce dell’equivalente est europeo della spuma di shampagna.

comunque ora che le frontiere si sono aperte siamo tutti più tolleranti e io tornerei ad occuparmi dei mali del mondo passato e presente prima che mi revochino la cittadinanza europea.

dunque abbiamo ancora una pioggia di fuoco, un’invasione di mosconi, la moria del bestiame, la grandine e cavallette.

ora per quanto ne so io al momento dal cielo piovono solo taralli e questo a riprova del fatto che le nostre auguste fronti sono tutte ornate da simpatici assemblaggi di corna più o meno grandi a seconda della predisposizione dei nostri affetti all’adulterio.

la proposizione riguardante l’invasione di mosconi è invece piuttosto arguibile. purtroppo la mia esperienza partenopea mi induce ad associare l’immagine del moscone a quella degli occhiali da sole che i giovani fredastaire di queste parti amano indossare al venerdì sera e d’altronde se ci atteniamo alla più vaga dicitura di bestie feroci che pure compare in alcuni testi ne abbiamo ben donde ché i ballerini napoletani un qualcosa di belluino pure ce l’hanno.

esuberanti puledri e incaloriti che non sono altro, e pure fastidiosi e voraci come le cavallette, quindi ci troviamo. provate a passare a via manzoni verso le cinque di un sabato mattina e chiedete un cornetto, vedrete il volto del banconista imperlarsi di sudore e grida strazianti levarsi dalle cucine dopo che per tutta la notte eserciti di affamati ribaldi si sono succeduti saccheggiando provviste che avrebbero altresì debellato il problema della fame nel mali.

parimenti la moria del bestiame si riferisce a quante vacche come me che in preda a un calo ipoglicemico si trovano appunto a transitare per la succitata cornetteria ed essere testimoni della furia insaziabile che li ha preceduti.

nella top three delle piaghe invece incontriamo:

una malattia cutanea colpì il popolo egizio

il buio immerse tutto l'Egitto per tre giorni di seguito.

morirono tutti i primogeniti, compreso il figlio del Faraone

ecco penso che forse queste ci mancano, a meno che non interpretiamo liberamente la malattia cutanea come herpes. nel qual caso io quello ce l’ho. lo sento, lui mi sta spuntando sul labbro, puntuale come la morte.

e perché? inutile domandarcelo: si tratta della Manifestazione del mio esaurimento nervoso.

sì perché io sono ufficialmente stremata. quattro mesi come questi non mi erano mai capitati tutti di fila.

oggi ho gettato la spugna: i miei nervi hanno issato bandiera bianca e ho rischiato l’annegamento in una valle di lacrime.

che sia questo il buio che mia nonna attende trepidante col il rosario in mano?

si perché sai quando si dice che più nera della mezzanotte non può venire? eh, io vorrei essere introdotta alla persona che ha messo in giro questa voce, presentargli i miei ossequi e poi azzeccargli, molto garbatamente, un paio di ceffoni.

dopo la mezzanotte può sempre arrivare l’eclissi di sole, l’inverno nucleare, l’esplosione di una supernova, un buco nero o la quinta dimensione. per quale motivo farla così semplice solo perché nove volte su dieci dopo la mezzanotte poi arriva il sole?

Terence per esempio, che mi vuole bene, si è subito premurato di dimostrarmi proprio l’esistenza di queste variabili inverosimili e come? giocando ai quattro cantoni. che saremmo io, lui, il portachiavi e una supposta ma ancora aleatoria terza concubina che è saltata fuori nel corso della Conversazione.

la Conversazione, avvenuta la settimana passata, si riassume così: sì è vero, ti ho preso per il culo. il truciolones è la mia ragazza. dimentica tutto quello che ti ho detto fino ad ora a proposito del fatto che ci fossimo lasciati e tu fossi l’unica donna della mia vita e accetta il tuo status di amante, chè comunque – cito testualmente- “io esco a impazzire per te” e voglio essere “la tua distrazione dei prossimi mesi” (op.cit.).

gli ho risposto va bene chè tanto lui mica è tipo l’uomo dell’anno, no lui “è uno così”, “io ho troppe cose a cui pensare” e poi la nostra è una “situazione potenzialmente perfetta”.

maria callas mi fa una pippa, e anche tutte le amiche di mariadefilippi che sognano di fare l’attrice.

è stata un’interpretazione magistrale, talmente verosimile che a un certo punto ho cominciato a crederci anch’io e mi sono detta che almeno non sono cornuta.

ma questo è tutto ancora da vedere.

peccato che oggi io sono una persona distrutta con due occhi gonfi che sembro una rana.

e anche notevolmente paranoica visto che competere non con una ma con due donne penso manderebbe in crisi un po’ chiunque.

perciò mi chiedo se a distanza di qualche centinaio di secoli non sia il caso di aggiornare l’elenco delle piaghe ed aggiungerne un’undicesima che sarebbe poi il genere maschile nella sua interezza (salvo jump e d.).

intanto che ci penso mi sono premunita di pop corn, coca cola e clinex.

dalla mia posizione privilegiata sul monte ararat dove ce la facciamo noi vittime dell’armageddon mi sparo lungometraggi drammatici uno dopo l’altro e frigno lanciando occhiate torve a quell’ autistico del mio cellulare, che ultimamente è più che mai affetto da mutismo.

quindi no: se l’undicesima piaga d’egitto ha colpito anche voi, semilasciticancello e thenotebook non sono la risposta. il lenzuolo potrebbe non bastarvi. credetemi.

quindi concedete il beneficio del dubbio ai vostri genitori e rubategli il sudoku dal comodino. lui vi aiuterà.

lunedì 30 luglio 2007

... è un mondo difficile ... che vita intensa

quest’oggi vorrei spezzare una lancia in favore di tutti quei fidanzati ansiosi e depressi a causa del fatto che le loro ragazze abbiano degli amici maschi.

oggi io vi capisco e compatisco, innocenti vittime della buona e della cattiva fede che assistete impotenti al balletto della seduzione che si svolge tra le vostre compagne e i loro amici del cuore. io capisco e compatisco il sospetto e l’invidia che nutrite verso quegli onnipresenti e onniveggenti individui che sono sempre più bravi, più sinceri e più comprensivi di voi.

vorrei dirvi, sfortunati fidanzati, che so cosa state provando.

gli amici – maschi- sono un attentato alla vita di coppia ma soprattutto sono personaggi immaginari eppur reali.

loro non esistono, non sono altro che la proiezione delle proprie fantasie sessuali e di quelle monomaniache ed egocentriche delle vostre donne.

applicando un’irreprensibile policy di consigli azzeccati, buon umore e falsa modestia, gli amici del cuore immaginari sono dei bin laden del sentimento.

ingiungo pertanto ai pochi ingenui che sopravvivono ancora credendo nella fedeltà e nella monogamia di svegliarsi e di gran carriera.

ragazzi aprite gli occhi! quest’amicizia non s’ha da fare.

i tempi del carosello sono belli che passati: mentre voi sghignazzate con le gag di calimero la vostra ragazza, molto probabilmente, si sta sollazzando con il suo migliore amico.

e non è detto che sia in un letto.

anche il siparietto dell’ospite indigesto nell’armadio appartiene alla preistoria; è molto più facile che il tradimento avvenga sotto i vostri occhi e sotto mentite spoglie.

è bene specificare una cosa: cerchiamo di andare oltre il muso della lupara che teniamo per precauzione sotto al letto e ricordiamoci che l’infedeltà non necessariamente deve essere infedeltà fisica. nel caso specifico degli amici del cuore immaginari l’elemento prettamente sessuale è anzi un fattore collaterale e credetemi, arriverà un momento in cui desidererete che tra la vostra donna e il suo amichetto invadente esista solo attrazione. ve ne liberereste dopo una sana trombata piuttosto che sciropparvelo in tutte le salse per anni ed anni a venire.

purtroppo l’antagonismo non avviene sul piano orizzontale della banale superficie da copula ma su quello ben più sconnesso e irregolare della mente della vostra donna la quale non sa e non vuole rinunciare a questo individuo che è votato a lei dalla testa ai piedi, con tutto quello che ci passa in mezzo.

sappiate che gli amici del cuore non esistono.

voi, fidanzati sospettosi, avete assolutamente ragione.

se un uomo e una donna intraprendono una relazione che contempli il ciao come stai, c’è sotto qualcosa. o se non c’è ancora, presto ci sarà e il più delle volte non assumerà l’aspetto di un fidanzamento.

lasciatevi pregare: trovare un amico maschio è una delle sfide irrisolte del genere femminile.

il desiderio che io esprimerei al genio della lampada e/o alla proverbiale stella cadente.

bambino gesù fai stare bene mammà, papà, le sorelline e fammi trovare un amico maschio con cui stabilire una sana relazione e asessuata.

il punto è questo: gli amici immaginari conoscono il contenuto delle preghiere delle donne e si travestono da desiderio incarnato, tipo arcangelo gabriele. e le donne, che si pensano tutte alicenelpaesedellemeraviglie ci cadono come pere cotte.

ora: visto che ho intrapreso questa crociata ermeneutica io oggi devo venire a capo dell’annosa questione dell’amicizia tra sessi, sono anni che ci penso.

in base alle proiezioni statistiche ho capito che fare l’amico del cuore immaginario è un po’ come esercitare la libera professione; ci si mette a disposizione della comunità elargendo servigi e riscuotendo onorari anche piuttosto salati.e va da sé che come tutte le libere professioni, l’amicizia del cuore immaginaria è una lobby quasi completamente maschile.

l’offerta sul mercato è di uno a dieci: per ogni dieci maschi che si propongono come migliori amici c’è una donna che si esilia volontariamente e misteriosamente dal circoletto delle amiche e parte alla conquista dell’amicizia dell’altra metà del cielo.

in questo collidere di mondi opposti, e reitero opposti, la buona fede è una strategia di autodifesa, una scusa e da un certo punto in poi un’autentica barzelletta.

chi vuoi che sia davvero interessato ai problemi fisiologici di una donna se non un’altra donna consapevole di cosa significa soffrire di crampi addominali in quei giorni? a chi potrebbe mai venire in mente di andare a fare shopping insieme? chi si sottoporrebbe a interminabili sedute di parrucchiere, idroterapia, aromaterapia, manicure, pedicure, massaggio tailandese, nonché pedinamenti, scenate di gelosia, crisi isteriche e collassi neuropsichiatrici per pura e semplice abnegazione? probabilmente solo mia madre e poche altre donne pie.

perciò, per piegarsi a tanto, la buona fede di questi omuncoli deve essere pari a quella del lupo di cappuccetto rosso.

io ne sono un esempio più che eloquente.

essendo sempre il rain man della situazione – leggasi: pecora nera con tendenze all’autismo e all’asocialità – il fatto di avere l’amico del cuore maschio mi è sempre piaciuto moltissimo.

ebbene sì: io faccio parte di quel 10% di donne che si è esiliato dalle amichette per inseguire il coniglio bianco, proseguendo con la metafora di alice in wonderland. le mie esperienze in materia sono piuttosto colorite e disastrose e visto che ho ancora un cuore non me la sento di raccontarle qui perché in un paio di casi si sono rivelate più strazianti di un divorzio e non ho ancora smesso il lutto strettissimo per la perdita di alcuni fantastici esemplari di amico del cuore.

a conferma del fatto che questa storia del migliore amico maschio è una leggenda metropolitana i campioni da me rilevati si sono rivelati tutti dei malfattori.

a conferma del fatto che io sono alice che inciampa nei fenicotteri ogni volta ci sono rimasta male, più male di prima.

all’ennesima manifestazione di malafede nella situazione tipica dell’elargizione di consigli che precipitano il tuo potenziale seduttorio e ammaliatorio allo zero assoluto (enrì senti a me, questo non ti si incula proprio, inutile farti bella per lui, è un coglione. e il giorno dopo scopri che quell’uomo che tu non hai degnato della minima attenzione è follemente innamorato di te), ho imparato che l’amico maschio è una figura retorica e immaginaria e che io sono una donna incapace di ammettere il potere del testosterone ma altrettanto incapace di resistere alle più blande lusinghe maschili.

ovvero io, ragazze, sono la donna media. è una sconfitta pesante ma è così e lo ammetto con sportività.

le mie avventure amicali maschili si sono quindi concluse e io sono tornata al mondo rosa e rassicurante delle amichette femmine: belle, brave, dotate di senso dell’umorismo e di tutti quegli attributi indispensabili come la pazienza di giobbe (per sostenere conversazioni notturne e non della durata di svariate ore), la vista di falco (per individuare la preda prima che lui individui te), l’orecchio di odino (per auscultare i battiti del cuore del suddetto uomo prima di te, e prevenire conseguenze disastrose per la tua psiche e altrove, più in basso), la lungimiranza, la saggezza, etc etc.

peccato che il tempismo non sia il mio forte.

e così, quando avevo messo una pietra sull’idea dell’amicizia tra uomo e donna ecco arrivarmi puntuale come la morte un omino, l’Omino per eccellenza ad offrirmi la sua incondizionata amicizia. l’Omino dice: noi potremmo essere buoni amici. e come l’uomo del monte lui non domanda ma sentenzia.

quindi noi, io e terence, siamo amici; a quanto pare.

io, donna da lungo tempo preparata al peggio, mi sono sinceramente stupita di queste sue parole.

io non credo arriverei a giocare ad aldo moro e le brigate rosse con il mio migliore amico, ma nemmeno con il mio peggior nemico in realtà. insomma poi ci sono cose che i migliori amici immaginano ma non applicano, per lo meno non con te, mentre nel caso di questo Omino qui, la teoria non è mai esistita, per intenderci.

quelle cose in particolare, i migliori amici, non dovrebbero farle.

perché, vorrei dire all’Omino, i migliori amici sono depositari di quel po’ di platonicismo in cui abbiamo scelto di credere ancora, sono i custodi degli ideali, della purezza, dell’innocenza, gli interlocutori unici e soli dei nostri sogni da bambine, i confessori laici dei nostri peccatucci veniali. che farci con un amico del cuore che non sa nemmeno cosa significa il verbo idealizzare e il cui sport preferito è quello di realizzare le più ardimentose fantasie ginniche nel minor tempo possibile?

dov’è andata a finire la poesia dell’amicizia? e per tramento: dov’è andata a finire anche la poesia dell’amore?

che l’amicizia del cuore tra uomo e donna sia una chimera ci siamo arrivati un po’ tutti a questo punto delle nostre adulte vite, ma qual è lo step successivo?

l’amore? mmm direi che siamo in alto mare.

il sesso? fuocherello.

non posso che immaginare che ogni situazione abbia la propria chiave interpretativa e quindi attendo delucidazioni sul dove si trovi la mia visto che nel buio della mia totale desolazione e immensa ignoranza ho smarrito anche la toppa.

mercoledì 25 luglio 2007

lasciate ogni speranza o voi che entrate

cara natalia (aspesi),

spero che questa mia lettera ti raggiunga in un momento di pace mistica e che tu la legga immersa nel verde e nella calma di un giardino giapponese perché avrai bisogno di una massiccia dose di pazienza e ottimismo per vederne la conclusione.

innanzitutto scusami se ti do il tu e ti chiamo per nome ma, sai, avendo trascorso tutta l’adolescenza a leggere la tua rubrica come una bibbia, sei entrata in famiglia, diciamo un po’ come una saggia zietta. ed è in qualità di zietta che oggi mi rivolgo a te con la speranza che i tuoi consigli mi salvino in tempo dall’esorcismo che le amichette hanno deciso di praticare sulla mia persona per liberarmi dal male e dalla sfiga che albergano nel mio corpo.

io so che tu sei specializzata nella soluzione di problematiche ben più complesse della mia e che il tuo forte è il travestitismo pre e post-andropausico, ritardo del menarca, crisi di mezza età, scambismo terminale, disturbi dell’alimentazione ma ti prego di abbandonare per un momento questa eccitante casistica ed occuparti di me.

sono una donna del sud oramai prossima alla trentina, di corporatura media – diciamo… -, aspetto gradevole, un discreto quoziente intellettivo, so cucinare, mi piace viaggiare, leggo molto, vado al cinema, sono socievole e di compagnia e un tempo, quando ero più giovane e magra, credevo che questo bastasse a garantirmi una serena vecchiaia in compagnia di un sereno vecchietto con cui condividere il kukident e le pantofole imbottite, quelle con l’ovatta grigia e il collo alto. sai io sono una donna all’antica, ho fatto le elementari dalle suore, e l’ipotesi di trascorrere la mia esistenza in compagnia di un qualche animale bastardo e dispettoso, nonché statisticamente meno longevo di me, mi spaventa un po’. mi farebbe molto più piacere avere un marito che una quindicina di gatti, mettiamola così.

fino a ieri notte pensavo di saperne qualcosa, di uomini, io. per le sopraccitate motivazioni ho una discreta esperienza nel settore. amante del rischio come sono non mi sono mai fatta mancare niente cosicché il mio curriculum annovera ad oggi: spacciatori, lottatori della domenica, cerebrolesi, impotenti, disattenti, traumatizzati, pensionati precoci, aspiranti pornoattori, possessori di micro e macro peni, appassionati di sesso estremo, aficionados della televisione per l’infanzia, entusiasti del matrimonio. ho creduto che un bestiario tanto ricco mi rendesse una donna quanto meno preparata al peggio ma evidentemente mi sbagliavo.

in effetti mi mancava ancora di incontrare l’uomo di casa, anche detto marito premuroso. natalia io so che tu puoi aiutarmi, io so che ricevi tante lettere di impuniti che, felicemente sposati, si sollazzano con la donna altrui e non (nel mio caso ad avercelo un ragazzo da cornificare … non sarei così disperata) e anche se non le pubblichi, perché saggiamente li castighi rifiutando di divulgare le loro zozze storielle sulla tua prestigiosissima e curiosissima rubrichetta del venerdì, io so che tu sai, e puoi aiutarmi.

io ho un problema: non riesco a mandare giù il fatto che uno di questi personaggi qui, tutto pantofole e gite domenicali, mi abbia rinchiusa nella sua automobile per un’ora e mezza – precisamente dalle quattro alle cinque e venti del mattino, e impossibilitata a mettere piedi fuori dal veicolo pena aggressione fisica da parte della sua donna che pareva aggirarsi nei paraggi e che, pur sottile come uno scoobiedoo, era decisamente pronta alla rissa.

ti spiego natalia: io non sono una fatta per fare l’amante, questo è sicuro. non riuscendo a tenere un segreto nemmeno sotto minaccia di morte la pratica di indossare il proverbiale guanto di lattice o peggio ancora la parrucca bionda d’ordinanza per confondere le acque di una povera moglie e cornuta non mi appartiene minimamente. va da sé che se nel mezzo di una infuocata confessione d’amore dell’ adultero consorte gli squilli il telefonino ed è lei io gli intimi di rispondere.

ipotizzo che l’adagio recitatomi qualche minuto prima a proposito dei volti d’angelo che dissimulano animi diabolici, valga per lui ben più che per me, povera bambolina gonfiabile nelle sue esperte manone.

ipotizzo inoltre che lui, per l’adagio di cui prima, sappia esattamente come raccontare una sana bugia a sua moglie. (come vuoi che creda al fatto che in anni e anni di matrimonio lui l’abbia cornificata soltanto una volta e con me poi, sarebbe una responsabilità e un onore a cui rinuncio ben volentieri…). in realtà non è stato così; la nonchalance da me esibita di fronte al crollo totale del desiderio di entrambi è passata immediatamente in secondo piano di fronte alla crisi di panico che lo ha colto. non ho saputo fare altro che stendere una tenda per terra – sì a casa nuova ancora non ci sono mobili – trovare una posizione comoda, quella del loto, e consolarlo mentre mi sciorinava il rosario della loro storia d’amore. non so se sia stato un eccesso di zelo, una reminiscenza dei comandamenti studiati al catechismo, o pura e semplice idiozia che mi hanno spinto a ispirargli la bugia da raccontare al truciolones.

fosse già solo per questo e per il fatto che io non lo abbia lasciato morire di caldo in quella camera a gas che è casa mia, avrebbe anche potuto evitare di intombarmi nella sua macchina.

ma non è stato così: lui non ha mostrato la minima pietà per me.

preda di un attacco di panico a cui mi è capitato di assistere solo il 19 di settembre al duomo e nella persona delle parenti di sangennaro, una volta arrivati da lui l’adultero consorte ha disposto che scoobiedoo lo stesse aspettando fuori la porta di casa - “quella macchina io qua sotto non l’ho mai vista” ha esclamato con gli occhi sbarrati dal terrore - ha ingranato la retromarcia, si è fatto duecento metri in salita al contrario e mi ha abbandonata al buio di una strada a me del tutto ignota intimandomi di non muovermi per nessuna ragione al mondo fin quando non fosse tornato.

ho davvero creduto di non rivederlo mai più.

vedevo piuttosto il mio cadavere gonfio di un paio di giorni essere estratto dalla scientifica e avvolto nel tipico sacchetto nero, mentre dalle tasche dei pantaloni mi cadevano gli spiccioli che gli sciacalli non avevano fatto in tempo a predare e dall’auto esalava la tanfa della mia morte per asfissia, a cui immancabilmente io avevo fatto precedere episodi di varia e ingente incontinenza.

in quel momento mi sono resa conto di aver toccato il fondo. era da quando ho dormito sotto il letto del mio fidanzato – probabilmente omosessuale – che non mi trovavo in una situazione così incredibile.

natalia credimi quando ti dico che non avrei potuto fare nulla, ma veramente nulla, per tirarmi fuori da quell’empasse. le ho pensate tutte, e tutte si risolvevano sempre e comunque in uno scenario catastrofico.

uscire dalla macchina e affrontare l’oscurità del vicolo avrebbe infatti significato:

a) inciampare nel truciolones e rischiare di essere picchiata a sangue, magari anche dal lui, nel caso avesse creduto che contribuire alla mazziata l’avrebbe riavvicinato alla sua esile mogliettina o magari se, in un impeto di amore, avesse voluta proteggerla dai miei debolissimi tentativi di autodifesa

b) perdermi e magari venire investita dal treno che passa da quelle parti.

accendere l’auto ed andar via avrebbe potuto:

a) rivelarsi un problema perché non sapevo dov’ero e sotto di me si apriva il baratro di una discesa larga 2 metri e mezzo, con parcheggio di autovetture sulla sinistra, con una pendenza dell’80% che solo successivamente ho scoperto terminare in un muro di cemento armato

b) costituire un precedente per rivedere l’adultero consorte nel caso che, mostrando un coraggio da leone, lui avesse preteso la restituzione delle chiavi

rimanere nell’auto avrebbe contribuito a:

a) consentire all’intero e numeroso vicinato di ipotizzare che fossi una mignotta e/o ladra

b) agevolare il tentativo di rapina di uno qualsiasi dei tossici che presumibilmente e abusivamente dimorano sul ponte abbandonato che sta dietro l’angolo

c) assicurarmi la morte per caldo e asfissia dal momento che il terrore mi aveva spinto a bloccare qualsiasi orifizio presentasse la sportiva autovettura

non ho potuto fare altro che svegliare le amichette e implorarle di tenermi compagnia, cosa per la quale non gli sarò mai grata abbastanza perché loro, angeli del paradiso, dopo avermi regalato il più bel bracciale delle superchicche che esiste in circolazione,mi hanno anche tenuto al telefono per un'ora intera elaborando, tra una bestemmia e un’altra, strategie di sopravvivenza, che alla luce di quello che mi è successo sabato (natalia ti rimanderei in proposito al mio precedente post) mi consentono ad oggi di stilare le bozze preliminari del primo manuale di sopravvivenza metropolitana post-femminista del sud italia.

una prece per le mie fantastiche amichette.

stando così le cose capirai il sollievo di vederlo finalmente tornare a me indenne (e bello, bellissimo!) nel chiarore dell’alba.

certo mi sembrava strano non aver sentito l’auto della moglie allontanarsi, ma si sa, in questi casi mi sale la pressione e perdo un po’ l’udito.

meno male che ha subito fugato quei miei dubbi un pò naive. con il candore del bimbo della mio che mangia i formaggini nella pastina mi ha informato di non averla mai vista e che quei centoventi minuti in cui io pregavo chiunque e qualsiasi cosa di nonmorire, li aveva passati solo, in casa, a pararle a telefono.

poi mi ha chiesto se andava tutto bene. gli ho risposto di sì, chè io sono la donna bionica e che occultata da strati di grasso c'è tutta una struttura in acciaio inox che mi isola dai traumi, diciamo così. ho anche precisato che arrivo con quindici anni di garanzia e che posso essere rimandata al mittente in qualsiasi momento. questa cosa l'ha molto divertito. come tutti i miei uomini, anche lui si ammazza dalle risate in mia compagnia. a. la chiama la sindrome del clown, e io non me la sento di dissentire: noi siamo donne destinate a soffrire con il sorriso sulle labbra, e poco ci sta da fare.

quando siamo arrivati da lui ho potuto soltanto chiedergli un bicchiere d’acqua prima di accasciarmi a terra e fissare il vuoto come una catatonica.

poi l'ho assicurato che anche se lei ora minaccia di chiedere il divorzio, tornerà. e giù di consulenza sentimentale, tanto il cuore sta sempre in permuta dal meccanico.

quell’uomo mi ha davvero annientata, peccato che mezz’ora dopo abbia trovato il modo, quel modo che gli riesce anche abbastanza bene, di resuscitarmi.

è stato breve ma intenso natalia.

nel giro di un’ora eravamo di nuovo in auto e lui, esibendosi in quegli eccessi di egomania che ho già imparato a riconoscere e amare, mi domandava se gli occhiali da sole gli donassero, perché non ne era del tutto convinto. si preoccupava anche che io sapessi troppe cose di lui, perché certo, avrà pensato che stia solo aspettando che scompaia per poi pedinarlo e fargli trovare un coniglio bollito nella pentola di casa.

l’ho rassicurato sul fatto che mai e poi mai lui mi rivedrà o ascolterà la mia voce ma si è risentito, premurandosi di farmi notare che in ogni caso io non l’ho mai chiamato (evidentemente sabato e domenica deve essere caduto con la testa a terra…“L'amnesia post traumatica può aver luogo nel periodo immediatamente successivo al risveglio di un trauma cranico con perdita di conoscenza. L'amnesia post traumatica si caratterizza da due tipologie di sintomi: disorientamento e confabulazione” da: http://www.neuropsy.it/patologie/traumi/09.html) e che venerdì c’è una bella situazione lì sulla spiaggia e perché non passo tanto LEI non sa chi sono IO.

impunito e temerario, vile, vanesio, impunito e adultero ma per farsi perdonare mi ha chiesto se mi andava un cornetto.

ho accesso sdegnosamente una sigaretta mentre mi sfilava davanti agli occhi la donna più pettegola del quartiere che, recandosi a casa mia, avrebbe di lì a poco riferito ai miei familiari di avermi visto in compagnia di uno sconosciuto (bellissimo) in bermuda e tshirt sportiva.

adesso dimmi natalia: esiste un limite alle sventure umane o siamo davvero destinati a soffrire in eterno per il paradiso?

no perché vorrei precisare che il giardino dell’eden non mi interessa, la frutta non mi piace e le zanzare mi infastidiscono, e che a me basta un uomo che riesca a essere coerente con se stesso e a non comportarsi proprio nel modo peggiore che gli riesca per, diciamo, un paio di mesi di fila.

speranzosa che tu non cestini questa testimonianza di vita vissuta, ti saluto affettuosamente e concedimelo: cambia la montatura degli occhiali e la tinta, ti invecchiano.