mercoledì 28 novembre 2012

Quando Giuni Russo diventa un problema esistenziale


E quindi alla fine mi sono abbonata al teatro. Era giunto il momento di frequentare ambienti raffinati, anziché consegnare definitivamente la responsabilità del mio spessore culturale ai “forse non tutti sanno che” de La Settimana Enigmistica. Mi sono abbonata al teatro e il primo spettacolo che ho visto è stato Antigone. Ho detto bene, cominciamo con le cose cazzute, e quindi ho anche indossato i miei nuovi tronchetti neri tacco 8 grazie ai quali sono arrivata in palchetto con le ulcere ai piedi e le unghie viola. Volevo fare bella figura tra l’intellighenzia napoletana, e l’immolazione palmipede mi è sembrata la via più adeguata. Camminare strisciando i piedi, zoppa come mia nonna, è un modo come un altro per dimostrargli la mia vicinanza. Per i restanti 90 minuti, nel buio del palchetto, sono stata scalza che altrimenti non mi sarei mai potuta concentrare su questa storia tutta euripidea di eutanasia e suicidio. Temi allegri insomma, ma a noi piace la cultura che scava nei tormenti umani, ci ispira soliloqui alla fermata dell’autobus, quelli che diventano arringhe hitleriane nella fila della posta e assoli death metal nel traffico delle 22:30 a Corso Umberto.

Ma io non mi sentivo per niente loquace all’uscita del teatro. La cancrena avanzava dalle mie estremità rattrappite, avevo fame e non volevo tornare a casa trattandosi di sabato sera, ore dieci e quaranta. Quid faciam? Con un lampo di genio la mia amica suggerisce una pizziata. Dopo essere passate a casa a cambiare il tronchetto tacco 8 con uno stivaletto tacco 10 incediamo verso una nota pizzeria del centro di Napoli e lì casca l’asino, che più che asino avrei poi scoperto essere un’idra policefala.
Il soggetto in questione mi era già noto, e non solo per essere membro di una rete di personaggi satanici al cui vertice troviamo Mefistofele in persona, ma anche e soprattutto per essere bello. Bello di una bellezza di uomo maturo e filosofico, motivo per il quale lo ricorderemo con il nome di Platone.  Platone sedeva al tavolo accanto al nostro con suo fratello Plotino, che, come insegna Nicola Abbagnano, non era altro che una mera riproduzione in scala 85 kili/taglia 50 per 1m75cm del Maestro (taglia 50 per 1m e 90cm e 82kg di cristiano, che diolobenedica mille volte). Platone, amico della mia amica, decide di intrattenersi con noi pur avendo terminato la pizza, e decide anche di rendere la mia deglutizione pressoché impossibile, puntandomi gli occhi addosso e non distogliendoli mai più. Mo io non so se è perché fosse già ubriaco, o perché prima ancora che tagliassi la mia marinara mi aveva imposto, nell’ilarità generale, di usare il tovagliolo al collo, facendo miseramente fallire qualsiasi tentativo di esposizione del mio decolleté. Insomma, com’è e come non è, due ore dopo, io, la mia amica, Platone e Plotino sedevamo al tavolino di un bar e io ero già innamorata di Lui e della sua foltissima barba. Peccato che a dedicarmi attenzione fossero Plotino e i suoi innumerevoli tentacoli. ‘Na tristezza. Lui uomo divorziato sotto la cinquantina, con bagaglio di viaggi in solitaria in giro per il globo, io trentenne-tutta-salute, normodotata e soprattutto tettedotata, non facevamo per niente un bell’assortimento. Ma lui, a differenza del fratello, assorto nelle divagazioni idealiste tipiche della sua corrente di pensiero, deve avere rivisto in me qualcuna delle mignotte tailandesi che ha frequentato in uno dei viaggi-in-solitaria nelle ex colonie indocinesi e da lì è stato tutto un tourbillon ormonale. Che è proseguito fino alle ore 3:30 quando, stremata dalle attenzioni dell’uno e dall’indifferenza dell’altro, sono stata ricondotta a casa, ribattezzata “il castello della principessa,” da un alticcio Platone il quale, in un momento di galanteria, mi aveva avvolto nel suo enorme cappotto. Di lì ci siamo detti addio. Platone è tornato alla sua dimora nel nord Italia e Plotino non lo so, starà ancora a Via Marina chiuso nel cofano della Smart di una povera cristiana indocinese. 

Nelle successive 24 h nell’ordine a) ho ricevuto la consulenza gratuita di un amico il quale, presente anch’egli sabato sera, si è detto assolutamente certo che avessi fatto breccia nelle regioni basse del cuore di Platone b) ho ricevuto una richiesta di amicizia su FB da quest’ultimo. Quindi campane, colombe pasquali, bengala, bombe di Maradona ecc. ecc. Fai due più due, la tua amica ti riferisce che lui le ha detto che sei “simpatica,” fai n’attimo mente locale e ti sovvengono ricordi di un paio di occhiate insistenti che vi siete scambiati e del suo commento casuale sul fatto che se mi piacciono i barbuti lui è disposto a sacrificarti e dici “ci sta, impastiamo sta focaccia.”
Insomma, da allora Platone ha abitato insistentemente i miei pensieri, e per un paio di notti anche la chat di Facebook, nonché le sfere celesti alle quali mi sono rivolta, e mi rivolgo tutt’ora, con parole ingiuriose. Soltanto che credo sia affetto da personalità multiple, o che abbia un agente che cura la sua immagine pubblica sui social network. Sicuramente ha un agente che cura la sua immagine pubblica sui social network. Infatti, questo agente deve essere una donna, una donna molto innamorata di lui che non gli permette di usare Facebook a suo piacimento. Non trovo altro modo per spiegare a me stessa e alle mie amiche per quale ragione questa persona, che risponde sempre e comunque allo stesso nome anagrafico, abbia trascorso tre ore martedì notte chiedendomi di rivederci, elencando le mie virtù (credo principalmente quelle del mio posteriore portoricano [modestament’]) e dipingendo se stesso come il satanasso del materasso, per poi confessarmi, 24 h dopo, che a un certo punto nell’arco, credo, degli ultimi dieci anni, è stato a un passo dall’avere una storia con un uomo.

E’ evidente che qui c’è qualcosa che non quadra. E’ lampante che l’Agente si stia prendendo gioco di me. E’ pressoché certo che il vero Platone è quello di martedì sera che mi diceva di vedere “un mare verde e una sfida” nei miei occhi, piuttosto che la criptochecca che, dopo avermi messo al corrente di questo particolare assassino del suo passato, ha poi deciso di incartapecorire definitivamente le mie mutande raccontandomi che il pesto che se lo prepara artigianalmente a casa e che preferisce la crema di nocciola biologica alla Nutella®. Forse avrei dovuto capire tutto quando mi ha parlato della sua passione per “l’amore senza barriere e senza confini,” o quando ha condiviso con me una canzone di Giuni Russo (!), ma come avrei potuto? Quando sono stata adolescente io i maschi erano maschi, le femmine erano femmine, e gli indecisi portavano le tute di felpa senza mutanda e le gonne pantalone a quadretti, autoescludendosi così di buon grado dal gioco delle coppie. E soprattutto, quando ero adolescente io, se una persona ti piaceva le facevi recapitare un foglietto con su scritto “Ti vuoi mettere con me? Si, No” e basta. E se ti piaceva Giuni Russo venivi picchiato nel bagno dai tuoi compagni di classe a cui piacevano i Masters e He-Man. E buono facevano. 

4 commenti:

Unknown ha detto...

Amore, siamo la generazione delle fag hag. Ormai è un fatto.

Unknown ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Valeria Iodice ha detto...

Il mio commento è FUJETENNE

Valeria Iodice ha detto...

Il mio commento è FUJETENNE