E quindi alla fine mi
sono abbonata al teatro. Era giunto il momento di frequentare ambienti
raffinati, anziché consegnare definitivamente la responsabilità del mio
spessore culturale ai “forse non tutti sanno che” de La Settimana Enigmistica. Mi
sono abbonata al teatro e il primo spettacolo che ho visto è stato Antigone. Ho
detto bene, cominciamo con le cose cazzute, e quindi ho anche indossato i miei
nuovi tronchetti neri tacco 8 grazie ai quali sono arrivata in palchetto con le
ulcere ai piedi e le unghie viola. Volevo fare bella figura tra
l’intellighenzia napoletana, e l’immolazione palmipede mi è sembrata la via più
adeguata. Camminare strisciando i piedi, zoppa come mia nonna, è un modo come
un altro per dimostrargli la mia vicinanza. Per i restanti 90 minuti, nel buio
del palchetto, sono stata scalza che altrimenti non mi sarei mai potuta
concentrare su questa storia tutta euripidea di eutanasia e suicidio. Temi
allegri insomma, ma a noi piace la cultura che scava nei tormenti umani, ci ispira
soliloqui alla fermata dell’autobus, quelli che diventano arringhe hitleriane
nella fila della posta e assoli death metal nel traffico delle 22:30 a Corso
Umberto.
Ma io non mi sentivo per
niente loquace all’uscita del teatro. La cancrena avanzava dalle mie estremità
rattrappite, avevo fame e non volevo tornare a casa trattandosi di sabato sera,
ore dieci e quaranta. Quid faciam? Con un lampo di genio la mia amica
suggerisce una pizziata. Dopo essere passate a casa a cambiare il tronchetto
tacco 8 con uno stivaletto tacco 10 incediamo verso una nota pizzeria del
centro di Napoli e lì casca l’asino, che più che asino avrei poi scoperto
essere un’idra policefala.
Il soggetto in questione
mi era già noto, e non solo per essere membro di una rete di personaggi satanici
al cui vertice troviamo Mefistofele in persona, ma anche e soprattutto per
essere bello. Bello di una bellezza di uomo maturo e filosofico, motivo per il
quale lo ricorderemo con il nome di Platone.
Platone sedeva al tavolo accanto al nostro con suo fratello Plotino,
che, come insegna Nicola Abbagnano, non era altro che una mera riproduzione in
scala 85 kili/taglia 50 per 1m75cm del Maestro (taglia 50 per 1m e 90cm e 82kg
di cristiano, che diolobenedica mille volte). Platone, amico della mia amica,
decide di intrattenersi con noi pur avendo terminato la pizza, e decide anche
di rendere la mia deglutizione pressoché impossibile, puntandomi gli occhi
addosso e non distogliendoli mai più. Mo io non so se è perché fosse già ubriaco,
o perché prima ancora che tagliassi la mia marinara mi aveva imposto,
nell’ilarità generale, di usare il tovagliolo al collo, facendo miseramente
fallire qualsiasi tentativo di esposizione del mio decolleté. Insomma, com’è e
come non è, due ore dopo, io, la mia amica, Platone e Plotino sedevamo al
tavolino di un bar e io ero già innamorata di Lui e della sua foltissima barba.
Peccato che a dedicarmi attenzione fossero Plotino e i suoi innumerevoli
tentacoli. ‘Na tristezza. Lui uomo divorziato sotto la cinquantina, con
bagaglio di viaggi in solitaria in giro per il globo, io
trentenne-tutta-salute, normodotata e soprattutto tettedotata, non facevamo per
niente un bell’assortimento. Ma lui, a differenza del fratello, assorto nelle
divagazioni idealiste tipiche della sua corrente di pensiero, deve avere
rivisto in me qualcuna delle mignotte tailandesi che ha frequentato in uno dei
viaggi-in-solitaria nelle ex colonie indocinesi e da lì è stato tutto un
tourbillon ormonale. Che è proseguito fino alle ore 3:30 quando, stremata dalle
attenzioni dell’uno e dall’indifferenza dell’altro, sono stata ricondotta a
casa, ribattezzata “il castello della principessa,” da un alticcio Platone il
quale, in un momento di galanteria, mi aveva avvolto nel suo enorme cappotto. Di
lì ci siamo detti addio. Platone è tornato alla sua dimora nel nord Italia e
Plotino non lo so, starà ancora a Via Marina chiuso nel cofano della Smart di
una povera cristiana indocinese.
Nelle successive 24 h nell’ordine a) ho
ricevuto la consulenza gratuita di un amico il quale, presente anch’egli sabato
sera, si è detto assolutamente certo che avessi fatto breccia nelle regioni
basse del cuore di Platone b) ho ricevuto una richiesta di amicizia su FB da
quest’ultimo. Quindi campane, colombe pasquali, bengala, bombe di Maradona ecc.
ecc. Fai due più due, la tua amica ti riferisce che lui le ha detto che sei
“simpatica,” fai n’attimo mente locale e ti sovvengono ricordi di un paio di
occhiate insistenti che vi siete scambiati e del suo commento casuale sul fatto
che se mi piacciono i barbuti lui è disposto a sacrificarti e dici “ci sta,
impastiamo sta focaccia.”
Insomma, da allora
Platone ha abitato insistentemente i miei pensieri, e per un paio di notti anche
la chat di Facebook, nonché le sfere celesti alle quali mi sono rivolta, e mi
rivolgo tutt’ora, con parole ingiuriose. Soltanto che credo sia affetto da
personalità multiple, o che abbia un agente che cura la sua immagine pubblica
sui social network. Sicuramente ha un agente che cura la sua immagine pubblica
sui social network. Infatti, questo agente deve essere una donna, una donna
molto innamorata di lui che non gli permette di usare Facebook a suo
piacimento. Non trovo altro modo per spiegare a me stessa e alle mie amiche per
quale ragione questa persona, che risponde sempre e comunque allo stesso nome
anagrafico, abbia trascorso tre ore martedì notte chiedendomi di rivederci,
elencando le mie virtù (credo principalmente quelle del mio posteriore
portoricano [modestament’]) e dipingendo se stesso come il satanasso del
materasso, per poi confessarmi, 24 h dopo, che a un certo punto nell’arco,
credo, degli ultimi dieci anni, è stato a un passo dall’avere una storia con un
uomo.
E’ evidente che qui c’è
qualcosa che non quadra. E’ lampante che l’Agente si stia prendendo gioco di
me. E’ pressoché certo che il vero Platone è quello di martedì sera che mi
diceva di vedere “un mare verde e una sfida” nei miei occhi, piuttosto che la
criptochecca che, dopo avermi messo al corrente di questo particolare assassino
del suo passato, ha poi deciso di incartapecorire definitivamente le mie
mutande raccontandomi che il pesto che se lo prepara artigianalmente a casa e
che preferisce la crema di nocciola biologica alla Nutella®. Forse avrei dovuto
capire tutto quando mi ha parlato della sua passione per “l’amore senza
barriere e senza confini,” o quando ha condiviso con me una canzone di Giuni
Russo (!), ma come avrei potuto? Quando sono stata adolescente io i maschi
erano maschi, le femmine erano femmine, e gli indecisi portavano le tute di
felpa senza mutanda e le gonne pantalone a quadretti, autoescludendosi così di
buon grado dal gioco delle coppie. E soprattutto, quando ero adolescente io, se
una persona ti piaceva le facevi recapitare un foglietto con su scritto “Ti
vuoi mettere con me? Si, No” e basta. E se ti piaceva Giuni Russo venivi
picchiato nel bagno dai tuoi compagni di classe a cui piacevano i Masters e
He-Man. E buono facevano.

4 commenti:
Amore, siamo la generazione delle fag hag. Ormai è un fatto.
Il mio commento è FUJETENNE
Il mio commento è FUJETENNE
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