giovedì 15 novembre 2007

chi semina chupachup raccoglie tempeste. ormonali.

quand’ero piccola – ma solo di altezza, perché di larghezza già mi assestavo sulla piazza doppia, come i letti matrimoniali – scoppiò l’epidemia delle caramelle drogate.

l’epidemia delle caramelle drogate vendute, se possibile, agli angoli delle strade ed espressamente fuori le scuole elementari. non gli asili, né le medie né le superiori ma solo le elementari.
pare che qualcuno avesse stabilito che i tossici avessero assunto il controllo del mercato dei dolciumi allo scopo di investire sull’infanzia e spendere quantitativi inimmaginabili dei propri averi nella fabbricazione di sciusciu azzeccosi imbottiti di sostanze illegali.
d’altronde chi non sapeva fin d’allora che gli eroinomani navigano nell’oro e che quell’accattonare fastidioso che li contraddistingue è in realtà solo una scusa per smaltire lungi dagli occhi vigili dei loro cari.

quand’ero piccola la storia delle caramelle drogate piombò sulla quiete della mia famiglia come le notizie di radiolondra durante la guerra.

non ho mai saputo chi l’abbia messa in giro ma da allora mi ha segnato la vita.

da un giorno all’altro mamma e zia pina istruivano me, le sorelline e i cuginetti a non accettare dolciumi dalle mani degli sconosciuti pena l’avvelenamento da sostanza dopante e ovviamente la morte.
in verità il discorso non era così lineare, c’era un presupposto riguardante il fatto che il mondo non fosse più quello di una volta e che noi fossimo bambini iper viziati perché chi mai, quando loro erano piccole, si sarebbe sognato di mangiare caramelle. loro solo la cotognata, cioè la confettura stagionata di mela.

La. Confettura. Stagionata. Di. Mela.

a noi invece dei lego al fruttosio piacevano le bigbabol, bambinacci viziosi che non eravamo altro, e ce l’eravamo sempre mangiate in santa pace, mia sorella anche più di una insieme conseguendo così il primato di mascella più possente del west nonché un paio di esperienze extra corporee provocate da stati asfittici di varia intensità. questo anche quando non ingoiava la farina insieme alle bigbabol, ma magari del capitolo vorrei-partecipare-all’ultimo-minuto ne parliamo un’altra volta.

ecco: dalla sera alla mattina girava questa voce che in ognuno dei nostri amatissimi panetti rosa potesse esserci la droga, quella medesima droga che ci avrebbe poi condotto alla dipendenza e alla morte nel giro di pochissimo tempo e senza che noi nemmeno sapessimo di essere diventati dei bambini tossici.

anche se in effetti visto che eravamo curiosi qualcosa della droga già la sapevamo, e cioè che se mai avessimo deciso di assumerla ci saremmo immediatamente colorati di viola e tutti per strada ci avrebbero riconosciuto perché nel frattempo che passavamo l’aria avrebbe diffuso la musica angosciante della pubblicità progresso sull’aids. proprio la stessa eh e tutti ci avrebbero additato e si sarebbero scostati mentre camminavamo.

a noi non piaceva quella musica e non piaceva nemmeno pensare che avremmo potuto mutare in personaggi infelici dal colore di un livido.
allora bastava decidere di non drogarsi e tutti avrebbero vissuto felici e contenti pensavamo noi, elaborando furbi e anche un po’ sollevati sulla didattica della pubblicità progresso.

ma quando tua mamma che non si è mai fatta uno spinello nella sua vita nonostante sia cresciuta negli anni settanta ti viene a dire che ti farciscono gli sciusciu con la droga senza nemmeno avvertirti allora cambia tutto perché tu non puoi farci più niente.

la paura cambia.
il terrore si trasforma nella faccia amica del tabaccaio o del fratello maggiore di qualche compagno di merenda e tu non sai più di chi fidarti e non è che smetti di comprarti le cocacoline gommose o le elah alla liquirizia o le galatine al cioccolato, solo che devi farlo di nascosto e guardarle molto bene prima di metterle in bocca; chiaro che la droga ha un altro colore.

questa storia delle caramelle drogate è una storia di diffidenza, ecco che cos’è.

negli anni ottanta tra una cosa e un’altra oltre a perdere il senso dell’eleganza e della discrezione abbiamo anche un po’ tutti perso l’innocenza.
la filantropia degli spacciatori. chi si sarebbe mai aspettato che avessero tutta questa voglia di dilapidare i propri averi con noi ragazzini, eppure a quanto pare lo facevano ed era bene che ci guardassimo le spalle.

non me lo sono mai più dimenticato questo fatto che dietro ogni sciusciu a mou può nascondersi un mascalzone.

passavo davanti al tabaccaio con la bava alla bocca bramante dolciumi e tutto quello che ottenevo era la somministrazione di un proverbio: “fidarsi è bene non fidarsi è meglio”. vallo a capire se il vecchio rincoglionito dietro al bancone non fosse poi davvero un corriere del cartello di medellin.

non che queste esperienze abbiano minimamente intaccato la mia golosità che negli ultimi tempi è del tutto fuori controllo, tuttavia non mi hanno lasciato indifferente.

in effetti ho anche provato a rimuoverle – insieme alla permanente improbabile e alle spalline imbottite di mia mamma – ma quando l’ho fatto mi sono cacciata nei guai.

per ribattere al proverbio genitoriale con un altro modo di dire poco aduso tra noi giovani direi infatti che ho imparato che “quando il diavolo ti accarezza vuole l’anima” e che la seduzione delle memelle è davvero molto pericolosa, anche quando non contempla la morte per overdose.

in effetti sbattimi un pacco di caramelline sotto al naso e sarò tua per sempre soprattutto se oltre a spacciare schifezze sottobanco ti procuri libri sulle formiche e dvd di fantascienza.

infatti se tu, uomo reo di avermi fatto passare due giorni tristissimi e ansiosissimi, mi ti presenti brandendo una sacca di invitantissimi sciusciu al sapore di E111 o E113, una megatreccia non imbottita di haribo o un secchio di haagen dazs che trasuda caramelandnuts da quel cartone molle e burroso – sì anche il cartone è burroso – che lo avvolge tornotorno come vuoi che io non cada rapita ai tuoi piedi?

tu, uomo che io ho detestato fino a due minuti prima che il saccarosio e il conservante ti si manifestassero tra le mani, sappi che tu non sei meno eversore dello spacciatore pedofilo che popolava gli incubi di mia madre.

anche perché, diciamocelo, come si resiste a uno spacciatore di caramelle con un’eccellente padronanza dell’italiano?

anche quello è pericoloso oltre al danno ipoglicemico.

altro che diabete, qua si corrono altri rischi.

qua si corre il rischio di diventare dipendenti e anche riconoscenti.

dipendenti dalle dolcezze.

altro che naso di legno cuore di stagno. altro che paese dei ciuchini. qua lucignolo ci butta a mare con tutti i panni per colpa di un pacco di caramelline gommose alla cocacola e se qualche parente si azzarda un’altra volta e cacciare panciotto e pantaloni con le ghette e fare il grilloparlante di questo cavolo glielo faccio vedere io il ventre della balena.

lo dicevano di girare la faccia agli sconosciuti che chi diffida paga e le memelle sono le sue: una caramella tira l’altra e sei nel vortice della rota e delle cioccolate calde e dei viaggi e delle case con i giardini.

e tutto perché io adoro parlare agli sconosciuti.